Pop Topoi

Lost Topoi – 6×01 LAX

Ci avevano lasciato così, con Juliet mezza morta che cerca ostinatamente di detonare una bomba, nella speranza di azzerare la delirante sceneggiatura di cinque, lunghissime stagioni. Il piano era di Jack, e questo già basterebbe a garantirne il fallimento. Ci chiedevamo cosa sarebbe successo dopo la schermata bianca e ora che lo sappiamo… No, aspetta, non sappiamo una ramazza.

La puntata si apre a bordo del celebre volo Oceanic. Nonostante alcune turbolenze, tutto sembra andare per il meglio. C’è la coppia interraziale che amoreggia, Jack che si scola il decimo campioncino di Smirnoff, e un sacco di vecchie conoscenze ignare del fatto che, in qualche modo, o in qualche dimensione parallela, quel giorno sarebbero dovuti precipitare su un’isola complicatissima. Ce lo ricorda la regia, che si immerge nelle acque sulle quali sta volando l’815, inquadrando un simpatico squalo in CGI col logo della DHARMA e la statua del piedone con quattro dita. Saremmo portati a pensare che l’isola sia sommersa, ma da bravi fan di Lost, siamo anche abituati a prendere il nostro senso logico, pisciarci sopra e tirare l’acqua con nonchalance. Ah, sul volo ci sarebbe anche Desmond.

Sull’isola – quella asciutta – c’è Kate appesa a un ramo con l’improvviso desiderio di munirsi di un amplifon. Pian piano ritrova tutti i suoi amichetti, tra cui Sayid con un proiettile nell’addome, e constatano che, insieme all’esplosione, è finito il revival anni ‘70. “We’re back.” Sawyer è incazzato come un puma perché è tutto spettinato e Juliet è incastrata tra le macerie. “SON OF A BITCH YOU WERE WRONG!”, etc. La squadra fa una fatica boia per salvare Juliet ma lei, farfugliando “Sawyer, devo dirti una cosa importantissima!”,  muore. RIP Juliet, regina indiscussa delle Faccia Basita.

Nel frattempo, Hugo incontra Jacob, che confessa candidamente di essere morto (Ben lo pugnalò e fece un barbecue dei suoi resti). Gli dice che, se vuole salvare Sayid, deve portarlo al tempio. E Juliet? Non la vogliamo salvare? Bravo, Jacob: due pesi, due misure, eh! Il tempio è una piramide a gradoni popolata da hippie armati, l’hostess che probabilmente ha smesso di radersi le ascelle, John Lennon, e uno che la sa lunga ma in giapponese. Questi simpaticoni sono lì lì per sparare ai nostri beniamini quando Hugo dice che li manda Jacob. Aggiunge che gli ha anche dato la custodia di una chitarra. “Oh, magari è autografata”, pensa il boss giapponese, e non li ammazza. Dentro la custodia c’è un simbolone egizio e un pezzo di carta. Dev’essere una specie di guest list, dato che, dopo aver detto i loro nomi, i Losties vengono fatti entrare nel tempio.

Poco lontano (ma chissà in quale dimensione temporale), troviamo Ben e “Locke” dentro la statua del piedone, ma quest’ultimo, in realtà, è un cadavere in una bara aperta sulla spiaggia. Quando gli uomini di Alpert entrano nel piedone cercando di far fuori “Locke”, costui si trasforma nel MOSTRO DI FUMO e li scaraventa qua e là con le sue proboscidi-tornado. Ben è confuso, noi spettatori incazzati – ma alzi la mano chi ancora sperava che lo scoreggione misterioso avesse una spiegazione plausibile.

Torniamo sull’aereo, dove Charlie è chiuso in bagno a farsi le pere. Quando aprono la porta, è in fin di vita e con un sacchetto di eroina in gola. Jack lo soccorre e sopravvive, ma gli viene comunicato che non potrà partecipare al Festival di Sanremo.

Quando l’aereo atterra a Los Angeles, vieni quasi da pensare che per i personaggi un giretto sull’isola sci-fi sarebbe stato più auspicabile rispetto alle loro vite di merda: Rose e Bernard creperanno di cancro, Sun dovrà convivere con un sicario analfabeta, Kate sarà sempre una fuggitiva, Locke un disabile, Boone uno sfigato, e i Driveshaft non saliranno mai sul palco dell’Ariston. All’aeroporto, Jack viene chiamato a uno sportello della Oceanic e apprende che c’è stato un piccolo contrattempo: la bara di suo padre non è atterrata. Anzi, non è proprio rintracciabile. Oceanic: peggio di Trenitalia.

Al tempio, gli hippie stanno cercando di far risuscitare Sayid battezzandolo nella fontana dell’eterna giovinezza. Per un po’ dà segni di vita (e vorrei ben vedere: lo stanno affogando) e poi muore nuovamente. HOLY FAIL! A un certo punto, Hugo comunica la notizia della morte di Jacob e gli hippie non la prendono proprio bene. C’è grande agitazione: c’è chi corre, chi lancia razzi, chi coltiva bonsai e chi risuscita. Ebbene sì, Sayid si risveglia ed ingenuamente chiede: “What happened!?” LEGGITI IL POST SAYID!

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Rage against the rage against, etc.

In questo preciso istante, i Rage Against The Machine sono primi nella classifica dei singoli del Regno Unito con la celebre “Killing In The Name”, mentre il neo-vincitore dell’X Factor britannico Joe McElderry è, contro ogni aspettativa, secondo.

Piccola introduzione per i più distratti. Nella gloriosa terra di Sua Maestà Elisabetta II, c’è questa curiosa mania del “Christmas number one“, ovvero la canzone più venduta nella settimana delle feste. È una ricorrenza che trova le sue radici nelle putride paludi del marketing discografico, ed è nata solo ed esclusivamente per aumentare le vendite in periodo natalizio. Tuttavia, l’impatto che ha sulla cultura popolare inglese è a dir poco stupefacente, e colpisce anche chi di musica non si interessa nelle restanti 51 settimane dell’anno. Sta di fatto che dal 2005 in poi, il titolo di “Christmas number one” è spettato al vincitore di X Factor, sapientemente incoronato una settimana prima di Natale. Quest’anno, invece, sul podio ci sono i Rage Against The Machine. Prima che iniziate tutti a urlare “Cazzo, figata! Combatti il sistema!”, fatemi dire due cosette.

X Factor, come dalle nostre parti, è amato e odiato in egual misura. Gli inglesi hanno più ragione di noi a odiarlo perché i concorrenti (e i vincitori) del concorso sono sempre delle insipide ciofeche assemblate a immagine e somiglianza di Beyoncé, se donne, o Will Young, se uomini. Roba da volersi inchinare al cospetto di Facchinetti e ringraziare il Signore per ogni secondo di Giops, per ogni alitata dei Farias, per ogni orecchia posticcia malamente fissata sul capo delle Yavanna, per ogni pezzo di Tenco / Gaetano / Bindi / [inserire qui nome di cantautore italiano morto prematuramente] che ci ha fatto ascoltare Morgan. Gli inglesi non hanno nemmeno Tommassini (e non so se mi spiego: niente tapis roulant, niente suore sui pattini, niente banane gonfiabili… Un programma inguardabile, insomma). Gli inglesi non hanno nemmeno la Maionchi, hanno Simon Cowell. Questo curioso discografico non dice le parolacce buffe, ma ha creato il format, incassato i miliardi e insultato altrettanti dilettanti allo sbaraglio. È probabilmente l’uomo più detestato della galassia ed è per protestare contro il suo strapotere sulle classifiche che alcuni facinorosi si sono organizzati su Facebook per comprare in massa i rigurgiti di De La Rocha.

Non hanno tutti i torti, il singolo di Joe Mc Elderry è il Male – una cover di “The Climb” di Miley Cyrus, che a suo tempo definimmo “L’Ascesa al Monte Ventoso” per la generazione TRL. È anche simbolo di un accordo a dir poco massonico tra il talent show e la Disney (in una puntata, al poveretto hanno anche fatto cantare la canzone de Il Re Leone!). È un PopPanettone malamente confezionato e già ammuffito che non merita un centesimo.

Epperò, “Killing In The Name” al numero uno porta con sé una scia di contraddizioni non indifferenti che ora vi espongo.

L’iniziativa, come tutte le brutte idee di questi tempi, nasce da Facebook. Fatevi una ricerchina e scoprirete che di campagne simili, per portare questa o quell’altra canzone al “Christmas number one”, se ne contano almeno 500 (solo perché il numero massimo di risultati che si possono ottenere da una ricerca su Facebook è 500, ma sospetto siano migliaia). C’è chi al numero uno vuole Michael Jackson o Bing Crosby o i Muppets o il gruppetto in cui suona il cugino della vicina di casa. C’è anche chi si porta avanti e vuole gli Slipknot o Keyboard Cat o tua sorella primi in classifica per Natale 2010. Tanto creare un gruppo non costa nulla, iscriversi ancora di meno. Perché la campagna per i RATM ha riscosso così tanto successo? Innanzitutto, perché sono un gruppo che ci fa sentire tanto giovani e militanti e impegnati e la canzone dice 17 volte “fuck you” e “minchia come pogavo su ’sto pezzo quando facevamo okkupazione”. E poi perché c’è stato il supporto di una major. Ah sì, piccolo particolare: i Rage Against The Machine sono sotto la Epic Records che – tu guarda! – fa parte della grande famiglia Sony. Proprio come X Factor.

Non chiamiamolo, quindi, un esperimento di successo “venuto dal basso”, o una conquista che dimostra il potere di aggregazione dei social network, come dicono alcuni giornali. Chiamiamolo una geniale trovata della Sony, che sta occupando i primi due posti in classifica nel periodo più proficuo dell’anno, arrivando a far sborsare soldi a chi è pop e a chi crede di ribellarsi al pop.

E come non notare tutta una serie di fastidiosi nonsense, tipici del quindicenne con la maglietta di Che Guevara che non ha ancora ben capito come funziona la “Machine”.

  • Se non ti interessa il pop, non ti interessano le classifiche. Perché tutt’a un tratto tanto accanimento?
  • Se vuoi supportare musica diversa e indipendente, non comprare il pezzo di un gruppo che ha già venduto sette milioni di dischi. Con una major. Vent’anni fa.
  • Ah sì, scusate, i soldi andavano in beneficenza. Quanto hanno raccolto? 70,000 sterline. La Pausini vi manda a dire che siete dei n00b.
  • Caro pecorone inglese che hai comprato il singolo e pecorone italiano che hai esultato per questa inutile iniziativa, sei solo un target. E ti hanno centrato in pieno.
  • Lavati che fai schifo.

Noi questa settimana al numero probabilmente avremo la Nannini e Giorgia, ma l’anno prossimo ci organizziamo, eh! Bandabardò for Christmas number one!!!

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Antony: The Stivale Anomaly

Ci è arrivata oggi la triste notizia che nell’ultimo, probabilmente inutile* album dell’ormai pausinizzatissima Elisa compare Antony Hegarty. Per la signorina Toffoli, questo featuring (nel brano “Forgiveness”) è forse uno dei momenti più luminosi della carriera. Sempre che se ne renda conto. Del resto, anche lei fa parte di quella categoria di artisti che sanno passare con disinvoltura da collaborazioni con produttori internazionali eccellenti (Howie B, Glen Ballard) ai più infimi figuri di casa nostra (Giuliano Sangiorgi, Ligabue, il Maestro Tommassini). Ci sarebbe anche da citare quella volta in cui disse no a Venditti – che coraggiosa! – ma poi ristabilì il suo livello di mediocrità facendosi scrivere qualche verso da Zucchero.

Ma torniamo ad Antony. Ebbene, ve ne sarete accorti, anche lui è sfaccettatissimo! Come illustrato nel grafico seguente (lo trovate più grosso qui), nel corso degli ultimi sei anni, Antony ha collezionato un bel po’ di collaborazioni (e non le ho nemmeno inserite tutte). La sua assurda parabola parte in grande stile, ci regala alcune vere perle,  guadagna prestigiosi premi… E poi scade nel ridicolo.

AntonyGrafico

Sembrava andare tutto bene finché non compare un’imprevista variabile, una rovinosa mutazione, una suina creativa. La chiameremo “Antony’s Stivale Anomaly”: appena il cantante si avvicina alla nostra penisola, sfiora il suicidio artistico. I primi sintomi di débacle appaiono nel 2008, anno in cui Frengo Battiato invita Antony a cantare “Del Suo Veloce Volo”, ovvero una sua b-side completamente riscritta in italiano per Fleurs 2. Con la scusa che tanto Antony la nostra lingua non la mastica, Frengo si burla di lui usandolo come canale per raccontare un suo curioso aneddoto:

Leggendo la mano di un amico avevo visto la data della sua prossima morte. Mi auguravo fosse una sciocchezza. E, invece, purtroppo è andata proprio così.

Immaginiamoci Battiato in tenuta da Divino Otelma (magari accompagnato dal fedele sidekick Sgalambro travestito da Mago Oronzo) mentre predice la morte di questo povero disgraziato entrando in contatto con lo spirito di chissà quale pensatore della dinastia Ming. Frequentare queste fattucchiere siciliane non avrà certamente giovato al fragile Antony, che infatti s’impelaga poco dopo in un kitschissimo esperimento di marketing per la Sony. La Lavazza gli fa cantare “Nessun Dorma” e condisce il tutto con un terribile servizio fotografico in cui l’artista viene ritratto come una vecchia zia eccentrica (o, ancora meglio, una Contessa Miseria, volendo citare un’altra siciliana) che m’immagino a leggere i fondi delle tazzine di caffè in una casa piena di ninnoli e acquasantiere. Insomma, sarà che su di me l’opera ha sempre avuto l’effetto di un clistere con l’acido muriatico, ma di questo “progetto artistico” se ne poteva onestamente fare a meno.

ZiaAntony

Ed eccoci giunti alla data odierna, non certo la più fortunata sul curriculum di Antony, dato che l’attempata maitresse dal caschetto d’oro gli ha dato il benvenuto nel suo esclusivo bordello Sugar. Si riconferma la Stivale Anomaly per il nostro beniamino.

Antony, dacci retta, sta’ lontano dal tricolore, evitalo come la peste. Vieni giusto a fare due concerti d’estate e, se vedi avvicinarsi un rassicurante tipo brizzolato, scappa più veloce che puoi.

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*Giudizio basato sull’ascolto di circa 30 secondi di qualche traccia su iTunes. E no, non credo vorrò approfondire.

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I Muse inquietanti

muse

Interrompiamo la regolare programmazione per un comunicato ufficiale a reti unificate: il mondo sta per finire. L’han detto i Muse.
Oh, è andata così, capita. Vi restano pochi secondi di vita, passateli un po’ come vi pare. Io li passerò a spalare merda sui Muse perché ce l’hanno veramente iettata.

Dieci anni fa, i Muse hanno raccolto il puzzolente fardello smoccolato del Britpop, l’hanno strofinato sulla tomba di Freddie Mercury e spedito su Alfa Centauri per poi riproporcelo sotto forma di scoregge acutissime. E tutti a urlare al miracolo.
Ma a quel tempo non potevamo sapere di quali oscuri presagi si faceva ambasciatore Matthew Bellamy. Infatti, nel primo album, i riferimenti apocalittico-spaziali erano piuttosto sporadici, se non quasi del tutto limitati alla copertina. Ma da Origin of Symmetry in poi, la discografia del gruppo si è trasformata in un tripudio di terrificanti cospirazioni, corpi celesti deflagrati e scenari di fantapolitica a metà tra Orwell e Urania. E nel nuovo album non si sono certo dati al minimalismo negli arrangiamenti e nei contenuti… Anzi, hanno ambito, se possibile, ad essere ancora più sboroni. “Supermassive sboroni”, per la precisione.

Partiamo dal singolo “Uprising”, tipico esempio di Bellamy nelle vesti di fattucchiera paranoico-rivoluzionaria:

Lascia che la rivoluzione faccia il suo corso
Se tu potessi premere un interruttore e aprire il tuo terzo occhio
Vedresti che
Non c’è da aver paura della morte
Insorgete e riprendetevi il potere!

Poi si parla di selezione (in)naturale post-Gattaca (“Unnatural Selection”):

Cerca di superare la tempesta
Mentre cercano di convincerti
Che loro sono quelli speciali
Noi non siamo stati scelti
L’ingiustizia è all’ordine del giorno
Non sarai il primo e non sarai l’ultimo

Esagerati! Per ora hanno solo slittato Ballarò e Matrix… Ma procediamo con abili esperimenti di Risiko (“United States of Eurasia”):

Queste guerre non possono essere vinte
C’è nessuno che sappia o a cui importi come sono iniziate?
Ci continuano solo a garantire che andranno avanti all’infinito
Ma presto capiremo
Che possono essere soltanto una cosa unica
Stati Uniti
Stati Uniti d’Eurasia

Il Vecchio Contintente è chiaramente troppo piccolo per contenere i Muse. Altro che Turchia nell’Unione, questi vogliono espandersi fino al Sol Levante.

E concludiamo con alcune delle strofe più significative mai partorite da Bellamy dopo aver pasteggiato col cervello in pappa di Philip K. Dick per poi vomitarlo sulla sinfonia in tre parti  (’sticazzi) che chiude l’album:

Chi siamo?
Dove siamo?
Quando siamo?
Perché siamo?
Chi siamo?
Dove siamo?
Perché, perché, perché?

Ce lo chiediamo anche noi, intergalattico uccellaccio del malaugrio, insulso Cavaliere dello Zodiaco armato di pianola.
I Muse sono ormai diventati i Testimoni di Geova del rock. Ti svegliano di domenica mattina con le loro schitarrate distorte per dirti al citofono che il mondo sta per finire. Ma i Testimoni di Geova perlomeno cercano di proporti una soluzione per salvarti dal Giudizio Universale… I Muse, invece, si limitano a rintronarti, blaterando di apocalissi post-atomiche e buchi neri supergiganti. E continueranno a farlo, sempre e comunque, un’ottava sopra.

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